La questione francese

Con l’Europa sull’orlo di una possibile recessione, la Germania ha abbassato le proprie stime di crescita per il 2012 all’1 per cento, quasi dimezzandolo. Ma nell’altra parte del “motore europeo”, sulla sponda opposta del Reno, la situazione potrebbe essere persino peggiore, come indica lo spread crescente tra i due debiti sovrani.  di Emmanuel Martin Leggi Noi e loro di Lanfranco Pace - Leggi Sorella latina o puttana dell’Eurorepubblica? di Alessandro Giuli
22 AGO 20
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Con l’Europa sull’orlo di una possibile recessione, la Germania ha abbassato le proprie stime di crescita per il 2012 all’1 per cento, quasi dimezzandolo. Ma nell’altra parte del “motore europeo”, sulla sponda opposta del Reno, la situazione potrebbe essere persino peggiore, come indica lo spread crescente tra i due debiti sovrani.
Venerdì scorso l’Istituto nazionale francese di statistica e studi economici (Insee) ha reso noto un nuovo calo del clima di fiducia delle imprese in ottobre; lunedì Markit ha pubblicato gli indicatori Pmi che, a loro volta, evidenziano una contrazione dell’attività economica in Francia. E’ decisamente ora che il governo riveda la previsione a bilancio per il 2012 di un tasso di crescita del pil dell’1,75 per cento. Molti economisti insieme a Didier Migaud, primo presidente della Corte dei conti, esortano il governo a intervenire in tal senso, portandola almeno allo 0,9 per cento.
Questo ovviamente implicherebbe un ulteriore problema di finanziamento del bilancio (all’incirca 8 miliardi di euro). Ma il ministro del Bilancio, Valérie Pécresse, preferisce aspettare l’esito del summit di mercoledì, che considera la chiave di volta per la soluzione della crisi dell’Eurozona. Prendere tempo si rivelerà una strategia valida? Naturalmente, ci si aspetta che la Francia – in quanto “motore” dell’Europa insieme alla Germania – sia al centro della risoluzione della crisi del debito. E se invece Parigi non rappresentasse la soluzione, ma il problema? In primo luogo, c’è chi pensa che la Francia sia innanzitutto alla ricerca di una soluzione per le proprie banche, scaricando il peso su un fondo comune europeo.
Questo è tipico dell’atteggiamento francese e rientra in qualsiasi dogma interventista: l’inserimento di obiettivi politici in quelli che dovrebbero rimanere obiettivi puramente economici finisce per generare errori la cui “correzione” deve quindi essere politica; in altre parole far sì che altri paghino per i propri errori. Ed è il caso delle banche francesi, esempio perfetto di capitalismo di stato, o capitalismo clientelare à la française, considerando che la “porta girevole” tra ministeri e grandi banche è una tradizione in Francia. L’anno scorso il governo ha chiesto agli istituti di tenere i bond greci. Ora cerca qualcuno che paghi per questo errore. Perché, naturalmente, un intervento diretto nella ricapitalizzazione delle proprie banche comporterebbe la perdita immediata del rating AAA.
In secondo luogo, Sarkozy dovrebbe vergognarsi per aver ripreso Berlusconi in merito al debito italiano lo scorso fine settimana. Perché la Francia, tra i paesi dell’euro che godono del rating AAA, è quello con le prestazioni peggiori in termini di deficit. E rispetto a deficit e debito non mantiene un atteggiamento serio, esattamente come fece l’Italia dopo avere ricevuto l’aiuto della Bce. Il cosiddetto piano di austerità si concentra unicamente sull’aumento delle tasse, senza prevedere una riduzione della spesa. Tuttavia, in considerazione della democrazia disfunzionale della Francia, non c’è alcuna possibilità che le finanze pubbliche possano migliorare nel breve termine.
Per prima cosa, complici le tradizioni della Quinta Repubblica, il Parlamento non svolge un ruolo di controllo e verifica della spesa pubblica. Secondo: la lobby dei funzionari statali costituisce un enorme ostacolo per qualsiasi riforma. Terzo: il processo di decentralizzazione senza assunzione di responsabilità ha generato una corsa ai “piccoli regni” che, attraverso il clientelismo elettorale, provoca un aumento della spesa. Quarto: il modello sociale francese, residuo corporativo del regime di Vichy, produce sfiducia sociale: è dunque impossibile costruire consenso, a maggior ragione quando le decisioni da prendere riguardano tagli alla spesa. Il gioco dirigistico della Francia dura ormai da troppo tempo.
di Emmanuel Martin
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